Siamo tornati al belissimo Museo M9 di Mestre per il workshop “Edilizia sostenibile e design creativo: una visione futuristica” – una giornata, quella del 5 maggio 2026, che ha messo a confronto la complessità tecnica del cantiere con la necessità di restituire all’architettura una dimensione autoriale e culturale.
L’incontro ha evidenziato come la sostenibilità non possa più essere ridotta a una mera questione di punteggi Leed o Casaclima, per quanto necessari e fondamentali, ma debba diventare una strategia integrata che parte dal concept e arriva alla gestione del fine vita dell’opera.
Su questo filone, il racconto della nuova sede di Alperia a Merano, curata dallo studio Cecchetto&Associati, ha dimostrato che l’innovazione risiede spesso nel superamento dei canoni tradizionali: l’uso dell’acqua come confine fisico al posto delle recinzioni e una facciata dinamica composta da oltre 700 pale in schiuma d’alluminio non sono solo scelte estetiche, ma risposte concrete alla mitigazione climatica e all’integrazione urbana.
Secondo l’architetto Federico Rosa, direttore tecnico di Cecchetto&Associati: “La vera sostenibilità sta nell’intelligenza progettuale; che si tratti di protocolli LEED o Casa Clima, l’obiettivo deve essere il buon senso delle operazioni e la capacità di far dialogare il nuovo con il contesto preesistente”.
Parallelamente, la figura del Project Manager emerge come il collante indispensabile in un mercato sempre più frammentato e complesso. La gestione del “triangolo” tempi-costi-qualità, specialmente nel settore dell’hospitality di lusso, richiede una visione strategica che trasformi ogni imprevisto in un’opportunità di ottimizzazione. Marco Schiavon, di Currie & Brown, ha paragonato questo ruolo a quello di un tecnico sportivo: “Noi alla fine siamo come l’allenatore: la proprietà mette i fondi e a noi spetta il compito di coordinare un team di professionisti — architetti, ingegneri, impiantisti — affinché lavorino verso un unico obiettivo comune”.
Tuttavia, il dibattito ha fatto emergere le criticità del sistema Italia: dalla burocrazia asfissiante degli uffici tecnici comunali alla scarsa diffusione dei concorsi di progettazione, che in altri Paesi europei garantiscono la qualità del prodotto culturale “architettura”. Progettare oggi significa navigare tra normative incrociate e talvolta tra la carenza di maestranze qualificate, una sfida che non può essere vinta solo dall’intelligenza artificiale, ma che richiede un ritorno a un “artigianato colto” della professione.
Come sottolineato ancora dall’architetto Federico Rosa: “Ogni vincolo deve essere motivo di creatività. Il foglio bianco a volte fa paura, ma è nel confronto con la preesistenza e con i limiti tecnici che si trova la spinta per fare un passo in avanti nella coabitazione tra contemporaneo e storico”.
In conclusione, la visione futuristica emersa al Museo M9 non è un’utopia tecnologica, ma la consapevolezza che la qualità architettonica dipenda anche dalla capacità di fare rete.
Un ringraziamento particolare va alle aziende partner che hanno reso possibile questa giornata di confronto: DEFIM ORSOGRIL SPA, FF Systems Srl, Isotex, KE Outdoor Design, Megius e Tekno Point Italia srl.


