Lo scorso 7 maggio, la cornice del Bluenergy Stadium di Udine ha ospitato il workshop “Progettazione e rigenerazione: nuove visioni per l’edilizia”. Una giornata di confronto dedicata a come l’approccio progettuale debba oggi integrare criteri ambientali e innovazione tecnologica per dare nuova vita al patrimonio esistente attraverso interventi coerenti e duraturi.
Progettare oggi non significa più semplicemente rispondere a un bisogno funzionale o estetico, ma agire sulla percezione di chi abita lo spazio. L’architettura emerge come un’esperienza multisensoriale che coinvolge “il corpo e la mente”. Non si tratta di produrre oggetti seriali, ma di codificare relazioni e anticipare come quegli spazi verranno realmente vissuti, trasformando il progetto in un percorso capace di coinvolgere attivamente il committente.
Secondo Carla Palù (Cù Design), la professione sta affrontando un’evoluzione profonda verso la progettazione ambientale: “Lo spazio non è più solamente visivo, ma viene percepito e attraversato. L’architetto oggi ha l’opportunità di riscoprire un’antica missione: essere colui che pensa alle relazioni e crea ambienti capaci di generare benessere”. In questo senso, il benessere non è un’astrazione estetica, ma risponde a bisogni primordiali come il controllo dello spazio, la ricerca della luce e il senso di appartenenza a un luogo.
La rigenerazione, d’altro canto, si confronta con il tempo e con la realtà dei “casi clinici” edilizi. Non esiste sostenibilità reale senza una riflessione profonda sulla durata dei materiali e sulla flessibilità degli spazi. Un intervento è davvero riuscito quando è capace di evolversi con il suo abitante, accettando di non essere mai una definizione totale e immutabile dell’alloggio, ma un organismo che “respira” con il contesto.
Valentino Nicola (Clinicaurbana) ha invece sottolineato l’importanza di un approccio pragmatico e misurato: “Ci piace parlare di sostenibilità in modo ampio, guardando alla relazione tra il costo di un edificio e la sua durata. La rigenerazione è spesso una ‘nube’ di piccoli interventi di riparazione e cambio d’uso capaci di stabilire nuove relazioni spaziali”. È il passaggio metodologico dal residenziale all’hospitality ad esempio, dove la criticità tecnica del cantiere diventa spesso l’occasione per una soluzione formale inaspettata e caratterizzante.
Anche il settore degli impianti sportivi, tradizionalmente legato a norme rigide, si sta aprendo a visioni più inclusive. Lo stadio o il parco urbano non sono più solo contenitori per l’agonismo, ma nodi di una rete sociale che deve funzionare ogni giorno dell’anno.
Pietro Vittorio (Vittorio & Associati) ha infine introdotto il concetto di “sport destrutturato”: “Pensare fuori dagli schemi permette di proporre ragionamenti alternativi, necessari quando si interviene sull’esistente. L’impianto sportivo sta cambiando pelle per integrarsi al tessuto urbano, diventando uno spazio per la collettività che rompe le norme convenzionali per offrire nuovi stimoli”.
Una giornata ricca di spunti e idee il cui successo e la buona riuscita è stata possibile grazie al fondamentale contributo tecnico delle aziende partner: Alpacom, Fima, Lumyra Energy, Natural Calk – Tillica, Tesi System e Wolf System. A loro va il nostro ringraziamento per aver alimentato il dialogo tra produzione e progettazione, portando soluzioni concrete in grado di supportare le tesi teoriche espresse dai relatori.
La sfida del progettista contemporaneo non è il saper far tutto, ma la capacità di ascolto. Accompagnare il committente significa anche riconoscere i limiti della tecnica per ritrovare l’umanità del gesto architettonico. In un’epoca dominata dall’immediatezza delle risposte, il vero valore aggiunto risiede nel tempo dedicato al pensiero critico e nella consapevolezza che ogni nostra scelta modellerà, inevitabilmente, come verrà abitato il futuro.


