Il 14 maggio 2026, il Museo dell’Automobile di Torino ha ospitato il workshop di Infoprogetto dedicato alle innovazioni nella progettazione contemporanea, un momento di confronto su come la tecnologia stia riscrivendo le regole del costruire.
Il passaggio dal tecnigrafo ai modelli informativi non è stato un semplice cambio di strumenti, ma una metamorfosi del ruolo stesso del progettista. Se un tempo il disegno manuale garantiva un controllo totale e riflessivo su ogni segno, la velocità del digitale ha introdotto la necessità di gestire una complessità prima frammentata. Oggi, qualche decennio dopo, stiamo vivendo una nuova trasformazione spinta da tutta una serie di tecnologie e saperi dove progettare non significa più produrre forme isolate, ma coordinare flussi di dati, normative e discipline che devono integrarsi sin dalla fase preliminare.
Durante la giornata di formazione l’integrazione tra architettura e ingegneria è emersa come il vero pilastro del progetto avanzato. Non esiste più una distinzione netta tra l’idea estetica e la sua fattibilità tecnica: la facciata di un edificio, ad esempio, cessa di essere un mero involucro per diventare un elemento attivo del bilancio energetico, richiedendo una visione d’insieme che solo un team multidisciplinare può garantire. Come sottolineato dall’Ing. Maria Minardi (For Engineering): “Il progettista non è più una figura intesa dalle competenze tecniche verticali; oggi architettura, strutture e impianti hanno bisogno di essere integrati contemporaneamente”. Questa necessità di sintesi si riflette anche nell’assistenza alla progettazione costruttiva, dove il dialogo costante con l’impresa permette di prevenire interferenze che un tempo venivano risolte solo in cantiere.
Nonostante l’avvento di strumenti come la realtà aumentata e il BIM, che permettono di visualizzare l’invisibile — come gli impianti sotto un pavimento o dentro un controsoffitto — il fattore umano resta l’unica variabile capace di dare un senso etico allo spazio. La tecnologia deve essere un supporto alla visione, non un sostituto del pensiero critico. L’intelligenza artificiale può ottimizzare processi o generare opzioni, ma non può comprendere il bene di una comunità. Secondo l’Arch. Alessandro Di Chio (Idaa Architetti): “La responsabilità del futuro del progettista non è più solo quella di creare un disegno; la scelta progettuale resta comunque legata alla scelta umana, perché la macchina non può sapere quale sia il bene per le persone”.
In questo scenario, il progetto diventa un atto di equilibrio tra efficienza tecnica e narrazione emotiva. L’innovazione risolve le criticità gestionali e accorcia le distanze, ma il cuore del lavoro rimane la capacità di interpretare i desideri del committente e le necessità del contesto. L’Arch. Duilio Damilano (Damilano Studio Architects) ha richiamato l’attenzione su questa dimensione: “Il progetto resta un atto umano. Quello che conta è l’anima: quando raccontate un progetto, in realtà state raccontando un sogno”.
L’evoluzione tecnologica non è dunque un traguardo, ma un processo aperto che richiede una formazione continua e la consapevolezza che ogni nuovo strumento porta con sé nuove responsabilità. Resta da capire se saremo capaci di usare questa potenza di calcolo per costruire spazi più umani o se ci limiteremo a un’efficienza fine a se stessa.
Un ringraziamento particolare va alle aziende partner che hanno reso possibile questo incontro: AIZ (Associazione Italiana Zincatura), Dott. Gallina, General Membrane, Isolgomma, Lumyra, Piva Group, Tekno Point e Wolf Haus.


