Il 15 settembre 2026, alla Palazzina Reale di Santa Maria Novella, Infoprogetto ha riunito a Firenze architetti, geometri e ingegneri per una giornata su design d’interni e contract. Sulla carta il tema era il rapporto tra visione progettuale e realizzazione. Nei fatti si è parlato quasi subito di qualcos’altro: di quanto, di un progetto, sopravvive al passaggio dal disegno al cantiere.
L’orientamento emerso dal confronto è stato netto. L’interior design e il contract non si esauriscono nella produzione di immagini destinate alla vetrina dei canali digitali. Il valore di un intervento sta nel metodo operativo, nella gestione rigorosa del cantiere, nella capacità di tenere insieme esigenze tecniche ed economiche senza annullare l’identità dei luoghi. Detta così sembra ovvia; guardando quanto lavoro oggi si ferma alla superficie, evidentemente non lo è.
Da lì la discussione si è spostata su un terreno più scomodo: la frammentazione delle competenze e le scorciatoie che ne conseguono. L’architetto Pierluigi Sammarro (Sammarro Architecture) ha richiamato la questione senza mediazioni: “Un progetto è un pensiero intellettuale che non si può sostituire con un click o con una foto scaricata: serve serietà e la massima autorevolezza nel guidare le scelte tecniche, la direzione dei lavori e il rapporto con la committenza”. È una rivendicazione di autorevolezza professionale che nel contract, dove le decisioni si prendono in fretta e sotto pressione di budget, pesa più che altrove.
Il secondo asse del confronto ha riguardato la continuità tra il concept e la vita concreta dell’edificio. Claudia Salini (Bottega17) ha spostato il traguardo più avanti di quanto si tenda a fare: “Il progetto non finisce nel momento in cui il dettaglio arriva in cantiere, ma quando lo spazio viene utilizzato dall’utente; il contract rappresenta lo strumento per tradurre l’idea sulla carta in realtà concreta”. Non è una precisazione di lessico. Se il progetto si chiude alla consegna, il contract diventa una fase amministrativa; se si chiude nell’uso, diventa parte del progetto stesso.
Ne discende il terzo tema della giornata, quello del progettista come interprete di bisogni reali e mediatore tra desideri, budget e fattibilità. L’architetto Alberto Vanin ha indicato un ordine di priorità che ribalta l’abitudine: “L’architettura del nostro tempo deve essere fluida e responsiva, capace di cambiare con il tempo e di dialogare con le persone; prima dell’estetica viene l’ascolto profondo delle necessità del cliente e il controllo della realtà del cantiere”. Prima l’ascolto, poi la forma: una sequenza che nella pratica quotidiana viene quasi sempre percorsa al contrario.
Quello che è rimasto, a fine giornata, non è una previsione sulle tendenze dei prossimi anni. È una constatazione più asciutta: l’evoluzione del settore non passa dall’inseguimento delle mode, ma dal consolidamento delle competenze, dalla cura del dettaglio costruttivo e da una regia consapevole di tutte le fasi produttive. Sono le parti del mestiere che non si fotografano, e che però decidono se un’idea resta tale o diventa uno spazio in cui qualcuno vive bene.
Si ringraziano le aziende partner che hanno sostenuto l’evento con il loro contributo: Bonomi Pattini, Casa Schüco® Firenze, Dolmen SNC, Ke Protezioni Solari, Radici Pietro, Trend, Triveneta Parchetti e Wolf Haus.


