Il coraggio di sottrarre, alle Cantine Fontanafredda il progetto riparte dall’esistente

Il 29 settembre le Cantine Fontanafredda, nelle Langhe, hanno ospitato il workshop di Infoprogetto Nuove frontiere per l’edilizia e l’architettura: eccellenza, tecnologia e sostenibilità. Al centro della giornata, con architetti, geometri e ingegneri, la trasformazione dell’esistente: la materia, la sicurezza e il senso stesso del costruire.

Sappiamo bene che progettare oggi vuol dire prima di tutto fare i conti con quello che c’è già. Non basta recuperare volumi o aggiornare le prestazioni energetiche: la vera scelta è cosa tenere e cosa togliere. In un panorama pieno di sovrastrutture, il gesto architettonico acquista valore quando elimina il superfluo invece di aggiungere.

Alberto Lessan, di Balance Architettura, ha portato questo principio nel campo del riuso con una frase che riassume l’approccio meglio di qualunque slogan: «Il materiale più ecologico è quello che non è stato prodotto». È un rovesciamento di prospettiva: prima di cercare il materiale migliore, chiedersi se serve davvero. Nel recupero di spazi complessi, dalla piccola scala agli immobili industriali, la sfida diventa valorizzare la struttura originaria invece di rivestirla, tenendo insieme efficienza e rispetto del contesto naturale.

Lo stesso approccio, a scala territoriale, attraversa il progetto raccontato da Paolo Alpe di Progetto Architettura: ovvero Capello Headquarter a Madonna dell’Olmo, dove un sito industriale autarchico del 1938 è diventato una sede contemporanea a impatto ridotto, con verde biofilico e corti interne. «Abbiamo cercato di realizzare una macchina che fosse innanzitutto funzionale, che è il minimo che si richiede all’architettura, cercando poi di dargli una veste che potesse essere accattivante». La gerarchia è chiara e non scontata: prima la funzione, poi l’immagine. È la risposta tecnica a rendere possibile uno spazio in cui si sta bene, non il contrario.

Con Gianluigi De Dionigi, di LDA Associati, la giornata è entrata nel terreno più delicato, quello dell’involucro e della prevenzione incendi. La sua tesi è che la sicurezza vada affrontata dai primi schizzi, non aggiunta a progetto finito per assolvere un adempimento. «La sicurezza antincendio delle facciate è un po’ il cavallo di Troia che entra in tutti i progetti: tutti gli edifici hanno una facciata». L’immagine funziona perché vale per chiunque progetti: nessun incarico ne resta fuori, e proprio per questo la valutazione del rischio finisce per guidare la scelta dei materiali e dei dettagli costruttivi.

A tenere insieme i pezzi c’è il rapporto con chi quegli spazi li abiterà. Alberto Vanin ha insistito sull’ascolto e sulla trasparenza verso la committenza: «Siamo il ponte tra sogni e realtà: noi traduciamo i sogni in soluzioni». Dietro la formula c’è una pratica precisa: spiegare al cliente le scelte e mostrargli il cantiere per quello che è, imperfezioni comprese. È così che la fiducia entra a far parte del progetto e del lavoro di squadra.

Grazie alle aziende partner Bampi, Brianza Plastica, Gibus, Obo Bettermann, Pilomat / Hörmann, RBM, Twin Systems, Uretek Italia, Wolf System srl e Xella per il sostegno alla formazione dei progettisti.

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