“Una casa che abbia un’anima”, a Matera la qualità dello spazio viene prima delle prestazioni

Un edificio che consuma poco è ormai un risultato alla portata di chiunque sappia leggere una normativa. Quello che resta difficile, e che al workshop di Matera del 17 settembre 2026 è diventato il vero argomento della giornata, è tutto il resto: la qualità dello spazio che quell’edificio produce, e la ragione per cui qualcuno dovrebbe volerci stare dentro a lungo. Nella sede di UNAHOTELS MH Matera, architetti, ingegneri e geometri si sono confrontati su “Verso un’edilizia consapevole: strategie e visioni per il futuro”.

Il filo che ha tenuto insieme gli interventi è stato la messa in discussione del primato della prestazione. Decenni di attenzione quasi esclusiva alla conformità normativa, alle certificazioni e all’efficienza dell’involucro hanno prodotto edifici tecnicamente ineccepibili e spesso poveri sul piano dello spazio, ridotti a un apparato di componenti ben dimensionati. Non è una critica alla prestazione in sé, che resta un requisito: è la constatazione che da sola non produce architettura.

L’intervento di Luca Compri (LCA Architetti), dedicato alla rigenerazione dell’ambiente costruito e all’impiego di risorse naturali, ha attaccato il problema dalla radice, cioè dalle etichette:

“Non esiste un’architettura sostenibile, ecologica o un’architettura intelligente o artificiale: esiste solo una buona architettura”.

È una posizione che toglie dal tavolo un’intera categoria di aggettivi e riporta il giudizio dove stava prima che la sostenibilità diventasse un settore merceologico. Presentando interventi realizzati con paglia di riso, sughero a vista e materiali di recupero, Compri ha misurato la distanza fra efficienza teorica ed esito reale:

“Fare una casa passiva e che consuma poco è veramente semplice, ma fare una casa che abbia un’anima è molto più complesso”.

La frase è stata accolta come una provocazione, ma il punto è tecnico: il primo obiettivo si raggiunge con un calcolo, il secondo no.

Da qui la giornata si è spostata sul metodo. Agostino Ghirardelli (SBGA) ha portato il tema dell’integrazione tra sostenibilità, innovazione e qualità progettuale, mostrando come le soluzioni tecniche reggano solo quando restano strumenti al servizio dell’abitare e non diventano il fine dell’intervento. Armando Bruno (Studio Marco Piva) ha lavorato sulla stessa linea con un approccio sistemico alla progettazione contemporanea, fra sostenibilità, tecnologia e benessere ambientale: senza una visione d’insieme, la complessità dei cantieri attuali si governa per addizione, e l’armonia degli spazi è la prima cosa che si perde per strada. Le tavole rotonde tecniche che hanno scandito la giornata hanno riportato questi ragionamenti sul piano dei prodotti e delle soluzioni realmente disponibili.

Il quadro uscito da Matera chiama in causa la responsabilità del singolo professionista più di quanto chiami in causa le norme. L’omologazione formale e la diffusione di prodotti a vita breve sono scelte che qualcuno fa, disegno dopo disegno: scegliere materiali destinati a durare, lavorare sulla luce naturale, rispettare il contesto in cui si costruisce sono le contromisure disponibili, e non richiedono un incentivo per essere adottate.

Resta una domanda che il workshop ha lasciato aperta, ed è quella giusta da portarsi in studio: con quale unità di misura si valuta un edificio dieci anni dopo la consegna. I kWh risparmiati si sommano in una riga di calcolo. Il fatto che quello spazio sia ancora usato, ancora adatto, ancora riconoscibile nel suo territorio, non compare in nessuna certificazione.

Si ringraziano le aziende partner che hanno sostenuto l’evento con il loro contributo: Cotto Cusimano, Defim Orsogril, FF Systems, Finder, iGuzzini, KE protezioni solari e Penetron.

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